Una nuova forma di finanziamento per le aziende: venture capital e private equity
Dalla rivista:
EONews
I venture capital e il private equity, nati nei primi anni 80 negli Usa, sono l’espressione di nuovi sistemi di finanziamento per le aziende e rappresentano uno dei migliori esempi di come l’industria, nei suoi andamenti, sia legata a filo doppio con la finanza e con le sue evoluzioni. Se analizzassimo la storia degli ultimi dieci anni del panorama industriale, in particolare nel settore high-tech, scopriremmo che uno degli ingredienti della “ricetta” magica che è servita a “inventare” aziende del calibro di Ciena, Cisco, Intel e di Tiscali, per rimanere in Italia, sono stati i fondi chiusi d’investimento in capitale di rischio o più comunementi chiamati venture capital. È per questa ragione che Eo news vuole in queste pagine offrire ai suoi lettori una panoramica su questo nuovo settore in espansione, magari offrendo a qualcuno preziose informazioni a supporto di nuove idee o interessanti progetti di crescita industriale. Il recente sviluppo delle operazioni di investimento nel capitale di rischio risponde ad una necessità/esigenza di impiegare capitale quantitativamente e soprattutto qualitativamente, evitando di cadere nella “trappola” dell’eccessivo indebitamento che limita non solo il tasso di sviluppo ma anche la capacità netta di autofinanziamento e tutte le leve competitive e finanziarie successivamente attivabili. In breve, l’investimento nel capitale di rischio si traduce nel denaro che fondi chiusi di investimento immettono nelle casse delle società, a riserva, mediante la sottoscrizione di azioni o di obbligazioni convertibili emesse con sovrapprezzo in aumento di capitale, denaro che verrà utilizzato per finanziare il predefinito progetto industriale. Si tratta sempre di un investimento temporaneo, di medio termine, che consente al fondo (e di conseguenza anche all’imprenditore) la creazione di un capital gain da monetizzare dopo alcuni anni mediante la quotazione in borsa o la vendita privata della società finanziata. Gli investimenti nel capitale di rischio sono una creazione della finanza “made in U.S.A.”: nascono come attività di venture capital, organizzata in fondi chiusi, cioè come apporto di capitale a supporto di imprenditori o di imprese non quotate con lo scopo di sviluppare idee ed iniziative innovative soprattutto in settori ad alto/altissimo tasso di crescita, come la tecnologia, l’informazione, le telecomunicazioni e la biotecnologia, in un’ottica temporale di medio-lungo termine.
Unico vero obiettivo costante è la ricerca del profitto ed è evidente che i venture capitalist sono cresciuti secondo il principio che nuove idee in termini di nuovi prodotti o servizi, nuove tecnologie o nuove concezioni di mercato portano innovazione e che l’innovazione porta profitto. Sullo scenario dell’economia americana, l’avvento della “venture capital industry” è stato il motore della innovazione e della crescita industriale dell’ultimo ventennio e soprattutto della cosiddetta ”net economy”, fino ad arrivare ad influenzare in modo decisamente marcato la stessa struttura dei mercati finanziari, visto che molte delle nuove società americane quotate negli ultimi anni sono nate o si sono sviluppate con operazioni di venture capital. Se negli Stati Uniti queste nuove forme di finanziamento hanno già una storia lunga trent’anni, nel mercato italiano sono sbarcate solo negli anni ‘80 ma è solo negli ultimissimi anni che operatori specializzati hanno incominciato “davvero” la loro attività fino a divenire oggi a tutti gli effetti delle realtà significative per il nostro mercato.
Evoluzione terminologica
È necessario approfondire, seppur brevemente, l’evoluzione terminologica adottata per inquadrare le attività nel capitale di rischio, perchè si è spesso creata una certa confusione. Anche qui, si deve partire dalla storia americana per poi arrivare a quella europea/italiana. In generale, negli U.S.A., secondo le prassi fino ad oggi sviluppatesi, l’attività istituzionale di investimento nel capitale di rischio, nella sua globalità definita attività di private equity, viene suddivisa tra operazioni di venture capital ed operazioni di buy out, dove con le prime si intendono i finanziamenti alle imprese in qualsiasi stadio per la loro nascita, crescita e sviluppo, mentre con le seconde ci si riferisce ad operazioni di trasformazioni aziendali o ristrutturazioni azionarie. In Europa, invece, fino ad oggi si distingue tra attività di:
– venture capital: finanziamento all’avvio di nuove iniziative imprenditoriali o finanziamento di “aziende bambine”, cioè ancora di piccole dimensioni;
– private equity: tutte le operazioni realizzate su fasi più o meno avanzate del ciclo di vita delle imprese, comunque successive a quella iniziale.
Perché ricorrere al capitale di rischio come canale di finanziamento?
All’interno del moderno sistema finanziario, il ricorso al capitale di rischio è rilevante sotto numerosi profili. L’attività di venture capital si traduce nel sostegno alla elaborazione di un progetto ex-novo, sin dalle sue fasi sperimentali (seed financing), alla nascita ed avvio delle imprese (start-ups), oppure nel finanziamento di progetti e strategie di aziende già esistenti ma piccole e con buona probabilità di diventare grandi, le cosiddette “aziende bambine” (early-stage financing). Il venture capital è perciò caratterizzato da un alto tasso di rischio al quale fa da contraltare la previsione di ritorno di rendimenti molto alti. Il private equity si muove, invece, all’interno di un mondo industriale già avviato, lavorando con aziende di medio-grandi dimensioni e quindi con un indice di rischio più controllato. Il denaro “pompato” all’interno delle imprese attraverso uno o più aumenti di capitale permette di supportare fasi delicate o critiche della loro vita ed in particolare consente di:
– reperire capitale “paziente” per finanziare nuovi piani di crescita aziendale, strategie di sviluppo di progetti imprenditoriali, la ricerca di nuovi prodotti o tecnologie, rafforzare la struttura finanziaria ed espandere il circolante (expansion financing);
– sviluppare operazioni di rinnovamento, rilancio o ristrutturazione, cogliendo nuove opportunità anche in situazioni di declino o di crisi (turnaround financing);
– realizzare trasformazioni aziendali, ristrutturazioni azionarie, sostituzione di familiari che ricomprendono i leveraged/management e family by-out e buy-in (tutte problematiche legate alla proprietà di un’impresa ed al fenomeno del passaggio generazionale);
– finanziare acquisizioni, fusioni o scorpori;
– sostituire soci in uscita (replacement capital);
– consolidare posizione e mercati di impresa anche tramite la quotazione (bridging financing). Inoltre, estremamente vantaggioso risulta essere l’apporto da parte dell’investitore istituzionale di know-how specialistico, di esperienze gestionali, di management preparato, di contatti rilevanti che possono dar luogo ad accordi e/o collaborazioni e creare sinergie commerciali, tecnologiche e/o produttive con imprenditori dello stesso o di altri settori. Lontano dall’essere meri passivi finanziatori, quindi, gli investitori istituzionali sono essi stessi prima imprenditori e poi finanziatori. Questo aspetto è sicuramente fondamentale, perchè amplia le possibilità di successo e di redditizio sviluppo dell’impresa pur consentendo all’imprenditore di mantenere autonomia, libertà e flessibilità necessarie per realizzare lo sviluppo aziendale.

Scarica l'allegato
