Una nuova forma di finanziamento per le aziende: venture capital e private equity. - Elettronica Plus

Una nuova forma di finanziamento per le aziende: venture capital e private equity.

Dalla rivista:
EONews

 
Pubblicato il 11 settembre 2002

Chi sono gli investitori nel capitale di rischio e quali strategie adottano?

Gli operatori generalmente si distinguono, in relazione al tipo di attività che svolgono, tra venture capitalist e private equity investor. Le primitive forme di personal venture capitalist (investitori privati) sono state man mano sostituite da un’offerta di capitali di rischio strutturata nella forma di fondi chiusi di investimento (direct investors). I fondi sono spesso affiliati o comunque collegati a merchant banks (banche d’affari), società di gestione e di investimento o grosse compagnie di assicurazioni. Negli ultimi anni si sono sviluppati anche i corporate capital investors, che utilizzano la struttura del fondo chiuso, cioè unità create all’interno di grandi imprese o gruppi industriali specializzati in settori di investimento che coincidono con i settori di intervento dei propri capigruppo. Ogni venture capitalist ed ogni private equity investor ha una precisa strategia, quasi sempre regolata da statuto. Tale strategia può delimitare le tipologie ed i settori nei quali investire, lo stadio in cui si può investire, il livello minimo e massimo di investimento, i diritti di coinvestimento con altri fondi e talvolta anche le aree geografiche da considerare. Nell’ambito della strategia concordata, però, il fondo è libero di operare come meglio crede: per questo i responsabili degli investimenti sono professionisti estremamente attenti e preparati, che riuniscono la capacità di analizzare un business plan o una business idea e di valutarne la profittabilità con una profonda conoscenza dei mercati e della struttura industriale dei settori di riferimento.

Nell’analizzare un business plan (cioè una descrizione dell’azienda e dei suoi “numeri” unito alla presentazione delle strategie di sviluppo individuate), l’investitore deve avere già una visione di quello che potrà verosimilmente essere l’intero sviluppo del progetto. Questo perché l’obiettivo rimane sempre e comunque quello di realizzare nel medio termine (per lo più nell’arco temporale di 3/7 anni) un capital gain grazie al disinvestimento della partecipazione acquisita. Il business plan è comunque solo uno strumento iniziale: non sempre si realizzerà esattamente ciò che è stato previsto. La realtà operativa dell’azienda day by day potrà anche prendere strade diverse e per questo motivo, oltre all’intuito sull’idea giusta, è molto importante per l’investitore avere un gruppo di management capace di far navigare l’azienda a seconda degli eventi. Un ruolo di primo piano oltre alla “brillantezza” dei progetti e dei piani strategici di sviluppo, viene svolto dalla figura dell’imprenditore sul quale puntare e scommettere, perché sarà sempre l’imprenditore stesso a guidare la sua azienda. Infatti, l’investitore di venture capital o private equity non vuole avere la maggioranza nelle aziende in cui investe ma punta ad ottenere una minoranza significativa, eventualmente associando nell’investimento altri investitori istituzionali. Infine, per gli investitori valutare come disinvestire è altrettanto importante come la decisione di investire. Sin dall’inizio è necessario avere una chiara prospettiva di way-out al fine di realizzare in termini monetari il maggior capital gain possibile.

La strada preferita è ovviamente quella della quotazione sul mercato azionario borsistico, ma sono spesso utilizzate anche le strade della fusioni e/o acquisizioni da parte di altre aziende. In concreto, partendo dalla presentazione al fondo del business plan, se il progetto descritto sulla carta interessa, il fondo procede con il contatto diretto con l’imprenditore e si entra nel vivo della “trattativa” alla ricerca di un accordo sulle concrete modalità dell’investimento: valutazione dell’azienda, sovrapprezzo delle azioni, ammontare dell’aumento di capitale, numero di azioni di nuova emessione. A questo si deve però aggiungere anche l’elaborazione di un accordo parallelo (il cui contenuto andrà poi tradotto nei patti parasociali) avente ad oggetto in linea generale:
– i diritti dei soci sulle azioni della società, in termini di diritti di prelazione, vincoli sulla disponibilità e sul trasferimento, divieti di alienazione;
– la previsione della way-out, cioè il disinvestimento a mezzo quotazione o sale trade, vendita privata con conseguente patto di trascinamento, in forza del quale l’impresa viene ceduta in toto e criteri per l’individuazione del giusto valore di quotazione o di vendita (anche con la previsione di incarico per terze banche d’affari);
– i criteri per la amministrazione della società nei suoi organi: assemblea dei soci e soprattutto consiglio di amministrazione, loro poteri e competenze. All’interno del consiglio, siederanno oltre all’imprenditore ed alle persone di sua fiducia, anche rappresentanti (1 o 2) del fondo. Nella effettiva e concreta gestione dell’azienda all’imprenditore è lasciata ampia autonomia e flessibilità: il fondo invece si ritaglia un ruolo imprescindibile (rendendo necessario il parere favorevole dei suoi rappresentanti nel consiglio di amministrazione) per le operazioni di finanza straordinaria e per la scelta di nuovi dirigenti o manager da introdurre nell’organigramma aziendale.
– la definizione della direzione finanziaria e le modalità per il monitoraggio dell’andamento dell’azienda: analisi, report mensili o trimestrali, ecc.

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