I contratti di lavoro nei settori delle nuove tecnologie
Dalla rivista:
EONews
Il capitale umano ha un’importanza cruciale nei settori altamente innovativi dove esistono problemi di carenza di personale altamente qualificato; le modalità di organizzazione del lavoro sono diverse rispetto a quelle generalmente applicate nei settori più tradizionali e dove la formazione continua è un obiettivo prioritario per imprese e lavoratori. Per questo motivo i vari aspetti del rapporto di lavoro meritano una particolare attenzione anche sotto il profilo normativo. Secondo uno studio Federcomin Anasin relativo ai settori IT, condotto in collaborazione con il Censis e presentato a Roma nel luglio scorso, si pone addirittura l’esigenza di un contratto di lavoro specifico. Anzi, la formulazione di un nuovo contratto collettivo che faciliti al massimo lo sviluppo e la valorizzazione del capitale umano sarebbe strategica per la competitività del settore e per la sua funzione di traino dell’intera economia.
Infatti i contratti collettivi nazionali comunemente utilizzati, quello metalmeccanico e quello del commercio, non sarebbero adeguati a recepire tutti gli aspetti e le dinamiche che caratterizzano i rapporti di lavoro nelle imprese IT. In particolare le aziende sostengono che non sappiano rispondere alle esigenze “di flessibilizzazione della prestazione lavorativa, di adeguamento e flessibilizzazione dell’offerta e dell’erogazione dei contenuti formativi, di interpretazione dell’inquadramento professionale in una prospettiva dinamica in grado di valorizzare anche lo spessore professionale delle prestazioni lavorative”. Lo studio Federcomin Anasin è focalizzato sul comparto dell’informatica, ma le riflessioni che ne scaturiscono sono di interesse per tutti i settori delle nuove tecnologie. La ricerca parte dall’osservazione che l’espansione del comparto negli ultimi anni ha significato anche una forte crescita del numero di imprese e di occupati. Da 57.000 aziende nel 1997 si è infatti passati a 73.000 nel 2001 (secondo dati Infoimprese) mentre nel solo periodo 1998-2001 l’occupazione è cresciuta di oltre il 24%. La struttura industriale, in continuità con tutto il sistema industriale italiano, risulta piuttosto polverizzata. Le aziende con più di 250 occupati rappresentano lo 0,1% del totale e concentrano un terzo degli addetti mentre le imprese con meno di 50 occupati sono il 99%.
Il campione scelto dagli analisti rappresenta questo universo e comprende 150 piccole medie imprese, ripartite in due sottogruppi, con un numero di occupati da 1 a 15 il primo e da 16 a 100 il secondo, e 31 grandi imprese. Le imprese medio piccole sono state indagate attraverso un questionario postale o telefonico, le medio grandi con interviste in profondità. Per quanto concerne la tipologia delle forme contrattuali applicate, nelle aziende medio piccole è molto estesa l’area del lavoro in forma atipica con lavoratori che di fatto sono legati all’azienda in modo piuttosto stabile. Nel complesso il 45,7% del totale degli addetti ha un contratto a tempo pieno e indeterminato e il 14% ha un contratto di lavoro subordinato del tipo formazione lavoro, part time o a tempo determinato. Il lavoro autonomo, parasubordinato e occasionale, riguarda il 40,1% del totale. Quest’area comprende i lavoratori autonomi con partita IVA, le collaborazioni coordinate e continuative e le prestazioni occasionali. Se si scende nel dettaglio dei due sottogruppi, questi valori si modificano. Ad esempio nella classe dimensionale da 1 a 15 addetti i lavoratori dipendenti sono il 46,7% del totale mentre nella classe con più di 15 addetti rappresentano una quota del 67,5%. Conclude quindi il rapporto che “nelle PMI il lavoro subordinato standard sembra rappresentare il segmento più esteso soprattutto tra le imprese più strutturate mentre nel variegato sistema delle piccolissime imprese il vantaggio dell’utilizzazione delle figure autonome completamente flessibili sembra superare le preoccupazioni circa gli svantaggi connessi all’instabilità organizzativa, tanto che ormai le figure atipiche e indipendenti superano gli addetti alle dipendenze”. Nelle grandi aziende informatiche, con più di 500 addetti, prevale invece il lavoro dipendente a tempo indeterminato che riguarda circa il 95% del totale degli addetti. Un mercato del lavoro ancora favorevole ai lavoratori consente loro di beneficiare delle tutele del lavoro dipendente, ma anche di godere dei vantaggi dell’autonomia professionale. L’età media è generalmente contenuta entro i 35 anni e la mobilità professionale è elevata. Anche nelle aziende di questa dimensione non manca comunque la “flessibilità” che si declina come ricorso a modelli di esternalizzazione diffusa. Si arriva anche a soglie superiori al 50% degli addetti totali per cui l’esternalizzazione ha una funzione veramente strategica per lo sviluppo delle attività. Nelle classi dimensionali intermedie, fra 100 e 500 occupati, col ridursi del numero di addetti decresce la quota di lavoro dipendente mentre aumenta la tendenza ad avvalersi di lavoro indipendente e atipico, che assume soprattutto la veste di collaborazioni coordinate e continuative.

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