Il paradiso dei CEM in Europa? A est - Elettronica Plus

Il paradiso dei CEM in Europa? A est

Dalla rivista:
EONews

 
Pubblicato il 25 aprile 2002

Nel mondo dell’elettronica una delle conseguenze della caduta del muro di Berlino, e quindi dell’apertura dei paesi dell’Est europeo all’economia di mercato, è stata la migrazione verso queste aree delle linee di produzione, anche in modo massiccio. Si è ripetuta, per alcuni aspetti, la corsa all’Est che aveva stimolato anni orsono i grandi produttori occidentali a installarsi, direttamente o tramite terzisti, nel Far Est. La differenza, ora, è la prossimità degli impianti al ricco mercato dell’Europa occidentale, con notevoli vantaggi logistici e operativi, senza dimenticare che la presenza locale di produttori sta andando in parallelo a un fenomeno macroeconomico non trascurabile: la crescita della domanda di elettronica, ancora modesta rispetto a quella presente in mercati più evoluti, ma costante. Nel volgere di non molti anni i paesi dell’Est, almeno quelli che sono in lista per entrare nell’Unione Europea, si dovrebbero trovare nella condizione di produrre anche per soddisfare la propria domanda. Non bisogna comunque dimenticare che il termine “Europa dell’Est” rappresenta una generalizzazione di molte realtà locali specifiche, che spaziano dall’Estonia all’Ucraina, dalla Slovenia alla Moldavia, e quindi impongono analisi diversificate.

I vantaggi di produrre a est

In termini generali comunque l’Europa dell’Est è in grado di offrire costi ridotti, pur con infrastrutture adeguate. Ungheria e Polonia sono i paesi più qualificati e infatti la loro domanda di ammissione alla UE, insieme a Slovenia e repubblica ceca, è al vaglio della Convenzione Europea. Alcuni parametri fondamentali di eleggibilità come produttori elettronici di punta sono già patrimonio comune: livelli qualitativi elevati e standard lavorativi “occidentali”, politica di prezzi competitiva, tematiche ambientali e adeguamenti agli standard internazionali ISO. Nel gigante dell’Est, la Russia, un parametro è sicuramente presente (i costi sono particolarmente ridotti), ma la situazione politica non è sufficientemente consolidata e i processi produttivi e logistici soffrono ancora di incongruenze inaccettabili.
I paesi dei quali abbiamo parlato hanno gestito efficacemente i fondamenti della politica finanziaria statale, controllando il valore monetario e il tasso d’inflazione. È pur vero che gli scossoni dell’economia mondiale si risentono anche nel loro ambito, ma la loro gestione dei costi e degli investimenti ha molti punti di contiguità con le aree in cui si opera in dollari o euro. Inoltre le agevolazioni fiscali sono notevoli e i governi locali appoggiano università e attività formative che facilitano la formazione di personale qualificato.

Una rapida panoramica generale consente di delineare un quadro d’assieme dal quale emergono queste considerazioni di massima:
– Polonia: basso costo del lavoro che ha attirato i CEM europei; è probabile che seguiranno anche i CEM d’oltreoceano
– Repubblica ceca: superamento delle tensioni politico-economiche che hanno afflitto il paese tra il 1998 e il 2000; presenza di molti CEM europei, soprattutto tedeschi
– Russia: tradizionale imposizione di forti dazi e tasse all’entrata; contraccolpi della crisi economica del 1998 (che ha colpito il mercato della componentistica elettronica); permanenza di rischio per gli investitori stranieri; discreta presenza di OEM, minore quella dei CEM; vasta produzione di componenti elettronici low-cost, ma spesso in tecnologia obsoleta (adatti soprattutto alle applicazioni militari); alto rischio per corruzione/mafia. Dopo l’11 settembre l’ipotesi di riallineamento Usa/Russia/Cina potrebbe ridare impulso all’elettronica militare
– Ungheria: mercato promettente (alla pari di Slovenia, Polonia e Cechia); inflazione in diminuzione; capacità di attirare gli investitori per l’orientamento “a ovest” del governo, stabile da alcuni anni (a differenza di repubblica ceca e Russia e, parzialmente, di Polonia); buona produzione domestica di semiconduttori soprattutto per il settore militare; base di media importanza per gli OEM, deciso aumento dei CEM.

Ungheria e repubblica ceca: due star

Il PIL ungherese supera il 4%, ossia è più del doppio della media UE; oltre la metà del valore dell’export dipende già dall’elettronica. Con circa il 50% della forza lavoro e delle linee di assemblaggio dell’Europa orientale, l’Ungheria guida la classifica dei produttori elettronici e si avvia a diventare un centro di eccellenza per lo sviluppo dei prodotti; gode di una posizione logisticamente favorevole, agevolazioni finanziarie, basso costo della manodopera. Si è allineata alle normative dell’Unione europea, in quanto lo spostamento di beni e prodotti dentro e fuori la UE non è soggetto a tasse; un’accorta politica governativa di incentivazione degli investimenti consente abbattimenti fiscali ed esenzioni pluriennali. Un autentico fiore all’occhiello del paese è il livello di educazione tecnica: oltre 20 corsi accademici di elettronica, con specializzazione anche in EMS; sono presenti anche molti centri di ricerca e sviluppo. Tra quelli privati, si segnalano iniziative di Nokia ed Ericsson per le telecomunicazioni.

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