La saga dei falsi in bilancio dei big USA
Dalla rivista:
EONews
Il New York Times ha osservato mestamente che oggi negli Stati Uniti molte società compilano i bilanci alla rovescia, definiscono cioè il livello di profitti che vogliono raggiungere e li adattano ad esso. Tutto ciò si traduce in risultati di borsa che premiano il titolo, ma specialmente in imponenti bonus per il top management: al contrario pagano duramente, quando il marcio esce allo scoperto, fondi pensione, dipendenti e investitori grandi e piccoli. Questa in sintesi è anche la storia di uno dei più grandi scandali contabili della storia USA, che ha portato sulla strada del fallimento il secondo gruppo americano di telecomunicazioni, la WorldCom, nata nel 1984 per iniziativa di Bernard Ebbers, un presidente pieno di iniziativa, che ha cavalcato la tigre della deregulation per attaccare il ricco mercato controllato fino ad allora in esclusiva dalla AT&T e trasformare un piccola società del Mississippi in un gigante mondiale, con 93 mila miglia di rete di collegamenti, 67 mila edifici cablati nel mondo, 100 paesi in cui dispone di portali Internet, 65 nazioni con una presenza societaria diretta. WorldCom ha contrassegnato la sua crescita con acquisizioni importanti, prima tra tutte la MCI, fino ad arrivare a 85 mila dipendenti: il picco massimo delle azioni in borsa è stato toccato nel 1999, con 64 dollari. È però sfuggito ai più che le acquisizioni per incorporazione effettuate dal gruppo sono state regolate contabilmente con cessioni di azioni delle società stessa, cioè senza contante, ma con il tipico approccio americano detto “carta contro carta”.
Il peso delle operazioni messe in campo dal gruppo ha portato però a un indebitamento molto pesante, che ha indotto a un’astuta manipolazione del bilancio effettuata a cavallo tra la fine dell’anno fiscale 2001 e il primo trimestre del 2002. La frode perpetrata da WorldCom e certificata dalla Arthur Andersen, chiamata in causa nel precedente caso Enron, non è particolarmente sofisticata: sono stati fatti sparire 3,8 miliardi di dollari di spese correnti, ma iscritti a bilancio come investimenti. Questo escamotage ha permesso di far figurare utili in conti che in realtà erano in rosso. Infatti senza questi trasferimenti illegali (esattamente 3 miliardi di dollari nel 2001 e 797 milioni nel primo trimestre del 2002), la società avrebbe chiuso in rosso per cinque trimestri consecutivi: al contrario le cifre ufficiali indicavano un utile netto di 1,4 miliardi di dollari nel 2001 (+66,7% rispetto all’anno precedente). Ora (NdR: ai primi di luglio) il titolo è sospeso, dopo un crollo del 70% che lo ha letteralmente polverizzato, riducendolo a un valore di poche decine di centesimi ed esponendo le banche per una cifra intorno ai 30 miliardi di dollari. Nel frattempo la SEC (la Consob americana) ha formalizzato un’inchiesta per frode, seguita dal Congresso e dalla magistratura: a seguito dello scandalo sono usciti dalla società il presidente Ebbers e il direttore finanziario Sullivan, ma la valanga si era già avviata. Sono stati annunciati 17 mila licenziamenti e sembra molto probabile il ricorso alla Charter 11 (Capitolo 11), la procedura di amministrazione controllata.
WorldCom ha gonfiato i flussi di cassa giocando, davanti alla comunità finanziaria, la carta dell’EBITDA (vedi box), ossia agganciando il valore del titolo in borsa al margine operativo lordo; quest’ultimo, dichiarato a un valore di 6,3 miliardi di dollari, nel periodo preso in considerazione ammontava – depurato della somma oggetto della frode – a soli 1,3 miliardi. E’ questo lo specchietto per le allodole che ha ingannato per mesi la comunità finanziaria, fino alla scoperta della manomissione dei conti. Il caso WorldCom è stato fino ad ora il più grave di una serie di eventi che hanno scosso la fiducia degli investitori nelle grandi corporation americane e, come hanno osservato alcuni commentatori, hanno fatto più danno di Bin Laden; le borse e il dollaro sono scesi nelle ultime settimane al di sotto dei livelli del 21 settembre 2001, quando Wall Street riaprì dopo la caduta delle Twin Towers. E’ vero anche che il mercato sta scontando gli eccessi degli anni Novanta, in un quadro generale negativo punteggiato dal fallimento di molte dot.com e dalla falcidia degli utili nelle telecom, ma il moltiplicarsi degli scandali (Enron, Tyco International Global Crossing, solo per citarne alcuni) ha attirato infine l’attenzione del mondo politico, che sta pensando ad azioni correttive per punire, anche penalmente, le società responsabili di falso in bilancio. Bush ha ammonito duramente i “corporate bad boys” alla chiusura del semestre nero di Wall Street, nel quale l’indice Dow Jones dei titoli industriali ha lasciato sul terreno il 7,8%, l’indice Nasdaq il 25% (se però confrontiamo questi dati con i record del 2000 la caduta è stata molto più drammatica, intorno al 20% e al 70% circa).

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