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Automotive: continua lo shortage

Pubblicato il 21 novembre 2022

Nonostante il calo della domanda dei chip, il settore automotive continua a essere penalizzato dalla penuria di componenti. Nel momento in cui è cominciata la pandemia, i produttori di computer, dispositivi elettronici consumer e appliance di varia natura hanno contribuito a far aumentare la domanda di chip. La situazione si è capovolta nella seconda metà di quest’anno, che ha fatto registrare un vistoso calo della domanda di prodotti consumer. Ciò si traduce, ovviamente, in una diminuzione delle vendite per parecchi produttori di semiconduttori e a un conseguente eccesso di offerta di chip ad alte prestazioni. Per contro, i semiconduttori di generazioni più datate (quindi con geometrie superiori), ancora ampiamente utilizzati nei settori automotive e industriali, continueranno a scarseggiare anche nel prossimo futuro. Questi in estrema sintesi i risultati dello studio “Semiconductor shortage: a different kind of trouble aheaddi recente pubblicato dalla società di consulenza Roland Berger.

Un quadro complesso, tra shortage….

L’analisi fatta dalla società tedesca evidenzia che ci troviamo in una situazione dove convivono carenza di chip, sovracapacità ed eccesso di stock. La sovracapacità riguarda i chip (memorie “in primis”) destinati ai settori consumer (con un oversupply del 45%), computer (39%) e comunicazioni (34%). Proprio in questi giorni Micron Technology ha annunciato un taglio della produzione di memorie DRAM e NAND. Per contro vi è uno shortage di microcontrollori e componenti analogici destinato a protrarsi nel tempo. A questo punto val la pena sottolineare queste due categorie di prodotti rappresentano oltre la metà (57%) dei chip impiegati nelle applicazioni industriali e circa i 2/3 di quelli utilizzati in ambito automotive. Senza dimenticare che le strategie dei produttori di chip, orientate a investimenti in chip avanzate e gli annunci di obsolescenza degli IDM relativi al loro portafoglio di prodotti “legacy” sono destinati ad aumentare pressioni (e costi)  per OEM e fornitori di primo livello (Tier-1).

…ed eccesso di inventario

Gli EMS, all’iniziò della crisi pandemica, hanno aumentato il loro inventario, passando dalla “media storica” del 16% al 23% (2020-2021). Ciò ha sicuramente esacerbato la carenza di chip ad alte prestazioni. Ora che la domanda globale di questi chip è calata, aumenta il rischio dell’effetto “bullwhip” – ovvero, in sintesi, una variazione della domanda che si ripercuote, accrescendo di passaggio in passaggio, su tutti gli anelli della catena di fornitura. Per evitare effetti finanziari negativi, queste aziende devono procedere a una rivisitazione della  loro modalità di gestione dell’inventario.

L’effetto “Chip Act”

Anche i recenti Chip Act (sia europeo sia statunitense) non contribuiranno a modificare lo scenario complessivo. Ciò è dovuto semplicemente al fatto che non vi è (quasi) traccia di promozione per la produzione dei chip delle generazioni più datate.  Il Chip Act statunitense, a esempio, prevede che dei 39 miliardi di dollari stanziati per la produzione di chip, solo il 5% (circa 2 miliardi) sarà disponibile per la realizzazione di chip”legacy”.

In definitiva, le aziende che operano nei settori industriale e automotive dovranno continuare a confrontarsi con lo shortage di prodotti realizzati i nodi più datati nonostante il rallentamento fatto registrare dal mondo consumer. Secondo i relatori dello studio, questi due settori dovranno migliorare sempre più le loro strategie di fornitura (mediante accordi multi-source e una partnership più sinergia con i produttori di semiconduttori) e adottare un approccio alla progettazione che preveda tra l’altro una consistente riduzione dei semiconduttori “legacy”, lo sviluppo di architetture E/E modulari e centralizzate con funzionalità definite tramite software e l’allineamento del processo di design con la gestione del ciclo di vita di prodotti e componenti.

Filippo Fossati



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