I brevetti industriali: da arma di difesa a strumento d’attacco - Elettronica Plus

I brevetti industriali: da arma di difesa a strumento d’attacco

Dalla rivista:
EONews

 
Pubblicato il 27 giugno 2002

In Italia i centri di ricerca e le imprese brevettano poco. I risultati della ricerca applicata svolta in università non vengono trasferiti all’industria, non vengono brevettati e quindi non trovano una valorizzazione economica. Le innovazioni introdotte dalle imprese non vengono tutelate da questo strumento giuridico che viene più ampiamente utilizzato in altri Paesi.

E non solo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia o Germania. Le statistiche dicono infatti che siamo superati anche da Finlandia, Danimarca, Olanda e Irlanda. Per quale motivo l’Italia resta così in dietro? E perché è invece opportuno brevettare l’innovazione? Se ne è parlato al convegno organizzato lo scorso 13 maggio a Milano dal consorzio Politecnico Innovazione. Il nostro Paese è poco incline alla brevettazione per vari motivi. In generale sia le imprese che il mondo della ricerca hanno una scarsa informazione su questo tema. Presso le imprese il brevetto è visto sostanzialmente come uno strumento di protezione da possibili copiature e c’è la netta percezione che funzioni poco. E in effetti, come hanno spiegato i relatori, il brevetto italiano è poco forte e la nostra giustizia ha tempi molto lunghi. Nei centri di ricerca universitari, invece, prevale l’interesse dei docenti per la carriera accademica, dove la pubblicazione dei risultati della ricerca costituisce un elemento di punteggio. Chiedere un brevetto significherebbe quindi rinunciare alla pubblicazione, perché la divulgazione non è consentita fino all’ottenimento del brevetto, per avere in cambio un minimo vantaggio economico perché generalmente nelle università italiane i ricercatori ottengono solo una piccola parte dei benefici derivanti dallo sfruttamento economico.

Ma queste visioni debbono essere superate, hanno sostenuto i relatori al convegno, perché “in ogni caso bisogna ricordarsi che non esiste alternativa e il brevetto è l’unico strumento che può conferire tutela ad un’innovazione –ha affermato Enrico Mittler, titolare dello studio di consulenza brevettuale Mittler, e perché i brevetti sono uno strumento di valorizzazione economica dei risultati di ricerca ottenuti e delle innovazioni introdotte. “È tempo di considerare il brevetto più in funzione d’attacco secondo una strategia di concorrenza” ha affermato il Prof. Sergio Campo Dall’Orto, consigliere delegato di Politecnico Innovazione. Si tratta certo di depositare dei brevetti ben strutturati e difficilmente attaccabili, di scegliere magari anche un brevetto europeo o internazionale, che sono più costosi ma anche molto più forti in quanto, a differenza di quello italiano, vengono validati preventivamente, cioè all’accettazione del brevetto e non in sede giurisdizionale. Per dimostrare l’utilità difensiva dell’attività brevettuale è stata presentata l’esperienza di Comarme Marchetti S.p.A., un’industria costruttrice di macchine per imballaggio. L’azienda ricevette un’intimazione da 3M-USA a sospendere la produzione e la commercializzazione della loro testa di posa dei nastri, che avevano protetto con vari brevetti. Comarme Marchetti ha potuto indurre 3M a rinunciare ad una lunga e costosa causa legale attaccandola su altri due brevetti ottenuti dall’impresa italiana in Europa e in Usa, che 3M infrangeva. La soluzione accettata dalle parti fu quindi uno scambio reciproco e gratuito di licenze di sfruttamento che evitò i costi di una lunga causa.

Ma i relatori hanno puntato particolarmente a sostenere i vantaggi economici derivanti da una gestione degli strumenti di proprietà industriale in quanto “è ormai universalmente riconosciuto, sia direttamente dagli attori industriali che dalle organizzazioni internazionali che la sottoutilizzazione degli stessi potrebbe generare un gap concorrenziale tanto maggiore quanto più veloce è il tasso di innovazione del settore industriale di riferimento”, ha affermato Campo Dall’Orto. I brevetti ad esempio possono generare fatturato attraverso le licenze concesse, aumentare il valore di mercato dell’azienda, incrementare gli utili per azione, spuntare un differenziale di prezzo e quindi di profitto, essere favoriti nell’accedere ai finanziamenti e al mercato del venture capital, conquistare un ingresso protetto in mercati redditizi ma molto concorrenziali e poi anche creare un’immagine legata ad un marchio e/o prodotto brevettato. Entrare nell’ottica di protezione dei diritti di proprietà industriale significa anche migliorare il ritorno degli investimenti in ricerca e sviluppo e creare le condizioni per un’innovazione continua. Un’indagine sullo stato dell’arte, preventiva alla richiesta di brevetto, evita inutili investimenti in ricerca e sviluppo e quindi anche inutili contenziosi per violazioni di brevetto di terzi, consente di decifrare le strategie di prodotto dei concorrenti e il modo di bloccarli mediante i brevetti. Enrico Mittler ha anche aggiunto che “talvolta i brevetti diventano merce di scambio tra concorrenti che sono interessati ai brevetti altrui e nello stesso tempo sanno che i propri brevetti sono appetiti o già utilizzati dal concorrente. Questo capita ad esempio nel campo dell’elettronica, dove si evitano difficili ed incerte cause di contraffazione o di annullamento, scegliendo invece lo scambio di licenze fra industrie concorrenti”.

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