Il 5G si avvicina, tra dubbi e perplessità

Aspettando il 5G, sono tante le perplessita su come saranno finanziate le infrastrutture di rete e come verranno assegnate le frequenze

Pubblicato il 19 aprile 2017

Secondo alcuni analisti, entro il 2020 ci saranno 50 miliardi di dispositivi connessi in rete, che scambieranno una mole di dati mille volte quella attuale. Per la maggior parte si tratterà di nodi dell’Internet delle Cose: sensori, dispositivi indossabili, etichette intelligenti, mezzi di trasporto, apparecchi elettromedicali, elettrodomestici e gadget di ogni tipo.

A rendere possibile questa rivoluzione tecnologica saranno le reti mobili di quinta generazione, il cosiddetto 5G, ma non tutti sembrano essere così ottimisti riguardo alle scadenze.

Per cominciare, una prima bozza delle specifiche dello standard 5G è stata pubblicata dall’International Telecommunication Union solo lo scorso 22 febbraio. Il documento “ITU-R SG05 Contribution 40, Stando a queste linee guida, ogni stazione fissa 5G dovrà essere in grado di supportare un minimo di un milione di nodi per chilometro quadrato, con una latenza massima per utente di appena 4 ms (che scende addirittura a 1 ms per applicazioni ad alta affidabilità URLLC). Si tratta di numeri pensati per rendere possibile la connessione capillare della moltitudine di dispositivi dell’IoT, con un’attenzione particolare ad applicazioni critiche come quelle – tanto spesso pubblicizzate – di telemedicina, controllo remoto di macchinari e guida autonoma. Per quanto riguarda la velocità, ogni stazione fissa della rete 5G dovrà essere in grado di gestire un minimo di 20 Gbps downlink e 10 Gbps uplink, valori che una volta distribuiti tra tutti i nodi di una cella si traducono in velocità per l’utente di 100 Mbps in download e 50 Mbps in upload. Lo standard prevede infine un uso intensivo della banda a disposizione con un’efficienza di 30 bps per Hz in downlink e 15 bps per Hz in uplink.

Per realizzare tutto questo serve innanzitutto banda: una finestra di almeno 100 MHz, che può allargarsi fino a 1 GHz per frequenze superiori ai 6 GHz. Sì, perché i blocchi di frequenza utilizzabili dal 5G sono essenzialmente tre: quello al di sotto del Ghz, dove è possibile liberare lo spettro dei 700 MHz, attualmente in uso alle emittenti televisive del digitale terrestre; quello compreso tra 1 e 6 GHz (3,4-3,8 GHz allocabili) che potrà essere usato per le applicazioni critiche come quelle di telemedicina e di guida autonoma; e quello al di sopra dei 6 Ghz che andrà condiviso con le comunicazioni satellitari.

Tutto ciò si traduce in costi enormi per la realizzazione dell’infrastruttura 5G: da un lato bisogna liberare e licenziare le frequenze utilizzate da altri attori, dall’altro è necessario aggiornare e infoltire il parco antenne per garantire una sufficiente illuminazione al di là degli inevitabili ostacoli naturali e artificiali.

Con gli operatori di rete che devono ancora rientrare dalle spese dell’ancora incompleto dispiegamento delle reti 4G (lanciato nel 2003 e arrivato a un miliardo di connessioni solo nel 2016, per una copertura mondiale di appena il 34% secondo GSMA), qualche titubanza a investire in un’infrastruttura non ancora definitivamente delineata è comprensibile.

La situazione italiana, poi, è complicata dal fatto che le emittenti televisive hanno spinto affinché il governo si prenda tutto il tempo consentito dalla UE per la migrazione dello spettro dei 700 MHz, facendo così slittare la data designata di introduzione al 2022.

E se non c’è dubbio il deployment delle reti di quinta generazione sia inevitabile, la domanda da porsi è: quanto costeranno all’Italia due anni di ritardo rispetto agli altri Paesi europei?

mg



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